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Filosofia e Scienze umane

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In verità, la realtà

In verità, la realtà

Di Gianluca Caputo


Posso non essere me stesso? Ed essendo me stesso, posso agire altrimenti da quel che sono? Posso essere me stesso e un altro? E da quando sono al mondo, c’è stato un solo istante in cui ciò non sia stato vero?

(D. Diderot, Jacques le fataliste et son maître, trad. it. di L. Binni)

 

Ascoltando due bambini

Ascoltando alcuni bambini cimentarsi a un noto gioco da tavolo, due di loro cercano di spiegare le regole agli altri. Il primo inizia le sue sentenze così: «In verità la regola è questa, in verità questo non si può fare»; il secondo correda le sue affermazioni con altre che iniziano con: «In realtà però questo la regola non lo dice, in realtà questo si può fare». Scopro in seguito che il primo è figlio di un filosofo, l’altro di un ingegnere.


Nel linguaggio quotidiano molto spesso scambiano le due espressioni e non sembra un peccato così grave, ma se la filosofia indossa il ruolo di critica del linguaggio forse è il caso di formulare delle ipotesi sul perché lo facciamo.

Verità
Verità è uno di quei termini che usiamo quotidianamente e raramente ci interroghiamo sul suo significato anche perché, se lo facessimo, scopriremmo che non si trova solo in quel "qualcosa" di cui parliamo. Spesso confondiamo la verità di ciò che la esprime con il suo rapporto con ciò che crediamo reale.

I protagonisti di questo "gioco delle parti" possono essere tre:

  • Ciò che diciamo (l'enunciato).
  • Ciò di cui parliamo (la realtà).
  • La corrispondenza fra i due (il valore di verità).

    Parlando della verità a volte la consideriamo come un concetto o un oggetto che sta fuori di noi e che in qualche modo dobbiamo raccogliere. Se la verità è nella corrispondenza di ciò che diciamo con la realtà di cui si parla e non potendo modificarla, parlandone, allora essa non sta nelle cose ma, di conseguenza, nel nostro modo di vederle ed esprimerle. La verità, o meglio il suo valore, sembra essere nel nostro linguaggio.

Facciamo un esempio molto semplice: un bambino sostiene che il Sole è giallo. Che cosa rende questa dichiarazione vera? Dove si trova questo valore di verità? Nel Sole? Invitiamo il bambino che sostiene questa verità a riflettere: per il Sole cambia qualcosa se diciamo che è nero o verde? Dovremo arrivare a comprendere che la verità non è nel Sole, cioè non nell'oggetto di cui parliamo.

Ma allo stesso tempo possiamo sostenere che la verità è in noi che la esprimiamo? Significherebbe che possa, anzi debba esistere ancora prima di poterla esprimere. La risposta detta in questo modo sembrerebbe negativa ma non è così semplice, infatti se pensiamo agli oggetti matematici appare addirittura positiva. «Il triangolo ha tre lati» è vero ancora prima di pensare il triangolo e il suo attributo "avere tre lati". Quello della matematica sembra rimandare proprio a quel mondo pitagorico o platonico che dimostra l'esistenza delle verità a priori e invita a cercare la verità dentro il soggetto prima del suo incontro con l'oggetto esterno che, al più, lo aiuterà a ricordare ciò che è vero e ciò che non lo è. Seppure sia possibile sostenere che neanche la matematica è a priori, possiamo mettere tra parentesi questo mondo privo di oggetti e anzi vederlo ancora come un modo in cui il soggetto vede il mondo più che un modo da vedere.

La verità non sarà quindi nell'oggetto, come neppure nel soggetto, ma nascerà da un rapporto del soggetto, di come vede l'oggetto e di ciò che di esso esprime o pensa un attributo (all'interno magari di un modello mentale matematico).

Realtà
Arriviamo a un secondo problema: se il linguaggio pretende la verità (come valore), come conosce questo valore? Come facciamo a distinguere la verità se dobbiamo ancora usare il linguaggio? Un pensiero è vero se corrisponde alla realtà, ma cos’è la realtà e come la conosciamo al di là di quello che già di essa diciamo? Ecco uno dei punti intorno al quale la filosofia è destinata a girare in tondo…

Il gesso fa parte della realtà, il bianco pure, ma l’essere bianco del mio gesso? Cosa lo rende vero? Risponderebbe Wittgenstein: il fatto che il gesso sia bianco.

Ma i fatti, dunque, cosa sono? Qualcosa che esprimiamo ancora con parole e proposizioni. Se è vero che la verità di ogni proposizione dipende dal linguaggio e che la proposizione stessa è vera o falsa a seconda di ciò che intende esprimere della realtà, e che il significato di ciò che esprime è ancora descritto in termini di linguaggio, allora siamo giunti a una «definizione di verità per corrispondenza tra ciò che dico e ciò che vedo», un circolo vizioso dal quale non sa più uscire: il linguaggio stesso che usa per trovarla. Ma se non è possibile definire il linguaggio come corrispondenza si potrebbe tentare di definirlo come coerenza: una proposizione è vera se è coerente (cioè non crea contraddizioni con le altre che giudichiamo vere). Come dire che per salvare il concetto di verità lo svuotiamo completamente, rinunciando al significato che esprime.

E se la verità delle proposizioni non è mai assoluta ma dipende dal sistema di idee in cui esse vengono espresse? La verità di un pensiero sarebbe conferita dal sistema delle idee dominanti e verrebbe a cadere qualsiasi criterio per stabilire se una proposizione è "di fatto" vera o falsa, perché le stesse parole usate per esprimerle, assumono definizioni e interpretazioni via via diverse.

Le parole e le cose
Ci ricorda Foucault in Le parole e le cose (1966) che le parole stesse, in quanto invenzioni, non hanno riferimenti oggettivi assoluti, e tantomeno in modo assoluto stanno in rapporto con le altre parole. La parola “uomo”, tanto per portare un esempio, è una recente invenzione. Che cosa s’intende con questa affermazione apparentemente sconcertante? Semplicemente che l’attuale concetto universale di uomo è un’invenzione dell’Illuminismo, perché solo dal Settecento è usato in opposizione a gentiluomo, soldato, servo, giudice o mercante.

In fondo anche questo intendeva Nietzsche quando affermava che non esistono verità, ma solo intepretazioni, e che l’uomo è tanto destinato all’illusione (e alla dolorosa scoperta) quanto più tende a credere che le proprie affermazioni possano far sperare in qualcosa di assodato, oggettivo, sicuro e indiscutibile sul quale poggiare ogni convinzione e futura discussione. Saranno proprio le discussioni future che, cambiando il significato delle parole ne trasformeranno il senso e ogni verità dovrà essere, necessariamente, ridisegnata.

Verità e realtà, sembrano dunque influenzarsi a vicenda, come la massa e l'energia della fisica: esprimiamo verità su una realtà che modifichiamo a seconda delle stesse verità che diciamo.

 

 

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